
Nel panorama del cinema italiano – e mondiale – Lina Wertmüller occupa un posto d’onore, non solo per i suoi film indimenticabili, ma perché ha aperto strade dove prima c’erano muri. Quando penso a Lina, mi vengono in mente immediatamente due immagini: i suoi occhiali bianchi, buffi e iconici, dietro cui brillavano occhi acutissimi, e il suo nome scritto nella storia del cinema con un primato invidiabile. Era il 1977 quando una regista romana dal nome teutonico (il suo vero nome completo è un interminabile Arcangela Felice Assunta von Elgg Spanol von Braueich…) divenne la prima donna di sempre candidata all’Oscar come miglior regista, grazie al film Pasqualino Settebellezze. Pensiamo al contesto: l’Academy Award esisteva da quasi 50 anni e mai una regista donna era entrata in quella cinquina. Ci volle l’irruenza artistica di Lina Wertmüller per infrangere quel soffitto di cristallo. In quella notte del ’77 non vinse la statuetta (che andò a John G. Avildsen per Rocky), ma il segnale era dato: una cineasta italiana, con i suoi film audaci e dal titolo chilometrico, ce l’aveva fatta dove nessun’altra. Lina stessa raccontò con ironia che a Hollywood nessuno sapeva pronunciare il suo cognome, ma intanto il messaggio era chiaro. Avrebbero dovuto passare decenni prima che un’altra donna vincesse addirittura l’Oscar (Kathryn Bigelow nel 2010), ma Lina fu la prima a dire:
“Guardate che possiamo arrivarci anche noi, dietro la macchina da presa!”.
Più di quarant’anni dopo, nel 2020, l’Academy ha finalmente celebrato la sua carriera assegnandole un Oscar onorario, tributo tardivo ma meritato per una vita dedicata al cinema.
Ma ridurre Wertmüller ai (pur importantissimi) record sarebbe riduttivo. Perché Lina riuscì dove altre non erano riuscite? Perché i suoi film erano – e sono – unici: un miscuglio esplosivo di satira sociale, grottesco, critica politica e umorismo irriverente. Il suo cinema rappresentava in forma esasperata e grottesca i contrasti economici, politici e di genere dell’Italia dell’epoca, unendo spietata critica sociologica e la grande tradizione della commedia all’italiana, il tutto venato da un’impronta felliniana sognante wired.itwired.it. In altre parole, Lina portò sullo schermo temi spesso scomodi – il maschilismo, le ipocrisie politiche, i conflitti di classe – facendoli digerire al pubblico con la risata e la provocazione. Una combinazione potentissima. Chi ha visto Mimì metallurgico ferito nell’onore (1972) ricorda le scene paradossali e insieme amarissime: Giancarlo Giannini, operaio siciliano, che per vendicare l’onore tradisce a sua volta e si ritrova con una situazione familiare grottesca; lì Wertmüller smontava il machismo punto per punto, ridicolizzandolo ma anche mostrandone il dramma. In Film d’amore e d’anarchia (1973), ambientato in un bordello durante il fascismo, affrontava il tema del sacrificio politico intrecciato con l’amore, e c’era una prostituta (Mariangela Melato) ritratta con dignità e spessore, cosa rara per l’epoca. E poi ovviamente Pasqualino Settebellezze (1975): un film audace che osava ambientare una parte di commedia nera addirittura in un lager nazista, seguendo le peripezie di un uomo che per sopravvivere è disposto a tutto – persino a sedurre la comandante del campo, una donna brutale. In questo Lina fu rivoluzionaria: usò il sesso come metafora del potere, mostrando in quella relazione agghiacciante tra Giannini e la kapò forse uno dei commenti più potenti sui compromessi della dignità umana italysegreta.com.
Wertmüller era una regista con un’indole rivoluzionaria, come l’ha definita un articolo commemorativo: ribelle nello stile di vita e nelle ideewired.it. E allo stesso tempo, sapeva anche divertire. I suoi film, pur così d’autore, piacevano al pubblico: Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto (1974) divenne un successo globale, con l’incredibile chimica tra Melato e Giannini nel racconto surreale di una ricca signora comunista e di un marinaio che invertono i ruoli di dominanza su un’isola deserta. Quella era Lina: femminista e socialista dichiarata, lanciava stoccate a entrambi (uomini e donne, ricchi e poveri) e poi li lasciava danzare in un turbinio di sesso e conflitti, mandando all’aria le convenzioni. Un suo tratto distintivo era anche la scelta di titoli lunghissimi, praticamente frasi: emblematico Fatto di sangue fra due uomini per causa di una vedova. Si sospettano moventi politici (1978) – anche nei titoli Lina sfidava le regole del marketing! Era il suo modo scherzoso di dire: non incasellatemi.
Sul set, come donna in un mondo dominato dai maschi, Wertmüller dovette farsi valere. Diceva che dirigere significava saper tenere in mano le fila di tutto, e che lei se n’era infischiata dei pregiudizi:
“Sul set bisogna imporsi… le difficoltà di dirigere in quanto donna? Me ne sono infischiata. Sono andata dritta per la mia strada”wired.it.
Questa frase è un manifesto: Lina non ha mai chiesto permesso. Arrivava con i capelli bianchi cortissimi, gli occhiali bianchi, e comandava troupe e attori con l’energia di un generale e la creatività di un’artista pazza. Si dice avesse un carattere vulcanico, allegro ma anche capace di urla e risate fragorose. In un’intervista ricordò che da ragazza l’avevano espulsa da 11 scuole per la sua vivacità indisciplinata wired.it; quella vivacità l’ha poi canalizzata nel cinema, con risultati folgoranti.
L’eredità di Lina Wertmüller è molteplice. Intanto, come detto, è stata pioniera nel mondo per le donne registe, dimostrando che anche con un nome lungo e difficile (che in America abbreviavano in “Wertmueller”), anche venendo da un Paese allora periferico nel panorama hollywoodiano, si poteva arrivare al top delle nomination. Questo ha ispirato tante dopo di lei. Inoltre, ha mostrato che si poteva fare cinema d’autore impegnato, e allo stesso tempo intrattenere un vasto pubblico – una sintesi riuscita che pochi hanno eguagliato. Molti dei suoi film sono cult studiati ancora oggi. E penso che Lina abbia anche offerto interpretazioni femminili memorabili: personaggi di donne forti, bizzarre, libere. Le sue protagoniste – come la Salomè di Melato in Film d’amore e d’anarchia o la Raffaella in Travolti da un insolito destino – non sono figure positive al 100%, ma sono vive, pulsanti, imperfette e autentiche. Lina stessa diceva di esser vicina al femminismo, e in effetti nei suoi film spesso faceva a pezzi il maschilismo. Ma lo faceva a modo suo, con sarcasmo: c’è una celebre scena in Mimì metallurgico in cui la moglie tradita (Elena Fiore) accetta di allevare il figlio illegittimo del marito; sembrerebbe un trionfo del patriarcato, ma poi viene mostrato che quell’uomo (Giannini) è incapace e ne esce ridicolizzato. Ecco la cifra wertmülleriana: la critica sociale passa per il grottesco.
Io ho avuto la fortuna di vedere Lina Wertmüller di persona una volta, al festival di Locarno dove veniva omaggiata. Era già anziana, seduta in carrozzina, ma con lo spirito intatto: scherzò col pubblico, disse che avrebbe preferito un Martini al posto del premio (risate generali). In quell’istante ho visto la continuità tra l’artista e la donna: entrambe piene di brio, anticonformiste sino alla fine. Lina Wertmüller ci ha lasciato a 93 anni, nel 2021, dopo aver ricevuto gli applausi di tutto il mondo. “È stata una vera e propria pioniera del cinema italiano nel mondo”, ha scritto Wired, “riuscendo a creare cult veicolando precise convinzioni etiche e politiche, pur incontrando il favore del grande pubblico” wired.it. Meglio di così non si può dire. Lina entra di diritto nel pantheon dei grandi registi italiani accanto a Fellini (di cui fu assistente), De Sica, Visconti – con la differenza che lei doveva lottare anche contro un pregiudizio di genere oltre che artistico. E lo ha fatto con il sorriso e la sfrontatezza.
In conclusione, Wertmüller per me rappresenta la libertà creativa fatta persona. Una regista con i fiocchi (anzi, con gli occhiali bianchi!), che ha dimostrato come una donna possa tenere saldamente il megafono sul set e comandare un esercito di uomini raccontando esattamente le storie che voleva raccontare. Il suo motto implicito è stato “me ne infischio” – delle regole, delle attese, dei ruoli prestabiliti. Ed è un motto che dovremmo ricordare e fare nostro. Grazie a lei, oggi una giovane regista sa che può osare. E grazie ai suoi film, noi spettatori abbiamo riso, pensato, provato shock salutari. Lina Wertmüller ha lasciato il segno, eccome, nella storia del cinema: un segno bianco, come la firma dei suoi occhiali, indelebile e luminoso wired.it.

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