Illustrazione artistica in stile vintage ispirata a Faye Dunaway, icona del cinema internazionale.
Faye Dunaway stringe l’Oscar come miglior attrice protagonista per il film Quinto potere (1976)

Quando accendiamo la televisione o andiamo al cinema oggi, diamo quasi per scontato di trovare donne detective, supereroine, presidentesse, antieroine complesse. Eppure basta voltarsi indietro di qualche decennio per capire quanta strada sia stata fatta nella rappresentazione femminile sullo schermo. Ripercorrere l’evoluzione dei ruoli delle donne nel cinema è un po’ come sfogliare un album di famiglia della società: ogni epoca ha le sue figure femminili emblematiche, specchio (talvolta deformante) della mentalità del tempo. Da critico e appassionato, ho spesso riflettuto su come venivano dipinte le donne nei film di ieri rispetto a quelli di oggi, e confesso che questo viaggio a ritroso suscita in me sentimenti contrastanti – dall’amarezza all’orgoglio – nel vedere da dove siamo partiti e dove siamo arrivati.

All’alba del cinema, a inizio Novecento, il mondo femminile trovò presto spazio sul grande schermo ma entro confini narrativi molto stretti. Nei film delle origini e dell’epoca muta, la donna aveva quasi sempre un unico orizzonte possibile: l’amore, inteso come relazione con un uomo. Anche quando la protagonista era centrale nella trama, il suo personaggio viveva in funzione di quello maschile – figlia, fidanzata, moglie, madre o amante che fosse – e il suo destino dipendeva dall’eroe di turno. Le prospettive caratteriali erano insidiosamente binarie: da un lato la donna angelicata, pura, sottomessa (la “brava ragazza”, l’angelo del focolare); dall’altro la donna fatale, peccatrice, manipolatrice (la vamp, la femme fatale ante litteram) cinematographe.it. Erano due facce della stessa medaglia sessista: o santa o demonio, senza vie di mezzo. Pensiamo ai melodrammi del muto o a certi film espressionisti: spesso la donna è l’oggetto del desiderio distruttivo o di salvezza, comunque definita dal rapporto con l’uomo. Un esempio classico è Il vaso di Pandora (1929) con Louise Brooks: il personaggio di Lulu è una seduttrice irresistibile che porta alla rovina sé e chi la circonda – incarnazione perfetta della visione maschile della donna come creatura allo stesso tempo angelica e tentatrice cinematographe.it. In parallelo c’era l’archetipo opposto, la donna remissiva e virtuosa pronta al sacrificio, come molte eroine tragiche del muto. Questo dualismo rifletteva una società in cui alla donna reale erano concessi pochi ruoli sociali riconosciuti (madre, moglie) e ogni trasgressione veniva demonizzata o punita narrativamente.

Qualcosa iniziò a cambiare negli anni Venti, con l’emergere delle flapper, le ragazze emancipate dal caschetto e dalle gonne corte. Sullo schermo comparvero timidi segnali di indipendenza femminile: per esempio in commedie come La donna di mondo (A Woman of Affairs, 1928) o Donne di lusso (Our Dancing Daughters, 1928) in cui le protagoniste, pur tra cliché, mostravano desideri e iniziative proprie. È il primo effetto, timido ma significativo, dell’emancipazione femminile: la flapper sullo schermo lavora, balla, flirta liberamente – uno scandalo per la morale precedente. Film come The Women (1939) o Volto di donna (1941) rappresentano donne con meno restrizioni, che iniziano a rivendicare uno spazio fuori dalla cucina e dalla camera da letto cinematographe.it. Questa indipendenza si riflette anche nel fatto che, con la Grande Depressione, le donne (reali e filmiche) entrano nel mondo del lavoro per necessità, minando il vecchio stereotipo della donna esclusivamente angelo del focolare cinematographe.it. Nei film del periodo pre-codice (prima del 1934), alcune protagoniste erano insolitamente intraprendenti o sessualmente disinvolte – basti pensare a Marlene Dietrich, che in L’angelo azzurro (1930) ritrae una cantante di locale notturno sensuale e dominante su un professore, oppure la stessa Dietrich travestita da uomo in Marocco (1930), che scandalizzò per il suo smoking e il bacio a una donna sul palco. Marlene Dietrich incarna benissimo questa fase: una diva internazionale che appare padrona della propria sessualità sullo schermo, capace di uno sguardo magnetico che sfida e seduce senza mai abbassare la testa di fronte allo spettatore (e dunque all’uomo). Era un nuovo modello femminile: forse monodimensionale, la femme fatale, ma di forte impatto e intramontabile nell’immaginario.

Tuttavia, questa breve primavera di emancipazione cinematografica subì un brusco arresto a metà degli anni ’30 con l’entrata in vigore del Codice Hays (1934), il severo codice morale di Hollywood. Le autorità e i censori imposero un ritorno all’ordine: basta donne troppo disinvolte o dominate dalla passione “immorale”.

Di colpo, per quasi vent’anni, nei film americani le protagoniste tornarono a essere perlopiù caste mogli, madri fedeli o ingenue fanciulle da proteggere.

Hollywood propinò un modello femminile rassicurante e subordinato: la devota sposa che attende il marito, la fidanzata fedele che sostiene l’eroe, la madre coraggio (purché nel ruolo domestico). Non che mancassero figure femminili di spicco, ma dovevano muoversi entro confini morali rigidi. Eppure, anche in quell’era di censure, ci furono spiragli di ribellione grazie a registi coraggiosi che sfidarono le regole in modo sottile. Penso a Bette Davis, la cui filmografia negli anni ’40 offrì ritratti di donne forti, ambigue, indipendenti (in Eva contro Eva del 1950 la sua Margo Channing è un’attrice di teatro volitiva, ben lontana dallo stereotipo remissivo). O a Rita Hayworth che in Gilda (1946) entrava in scena togliendosi un guanto in modo talmente sensuale da incendiare lo schermo, pur restando tecnicamente “vestita” per la censura: Gilda era una dark lady del noir, donna pericolosa e desiderabile che gioca con i sentimenti e i destini degli uomini. Le dark lady del cinema noir anni ’40 – personaggi come la Kathie di Le catene della colpa (1947) o la Phyllis di La fiamma del peccato (1944) interpretata da Barbara Stanwyck – ripresero in mano l’archetipo della vamp, ma conferendole un’intelligenza e un’agency formidabili: erano spesso loro a condurre il gioco, anche se poi la morale del genere le puniva immancabilmente. Questa ambivalenza rifletteva la tensione di un’epoca: durante la Seconda guerra mondiale le donne avevano assunto ruoli prima maschili (nelle fabbriche, ad esempio) e il cinema del dopoguerra sembrava volerle ricacciare “al loro posto”, ma non poteva cancellare del tutto la consapevolezza nuova che esse avevano acquisito.

Negli anni ’50, al di là delle apparenze patinate, iniziano a intravedersi crepe nel vecchio modello. Certo, era l’epoca delle moglie sorridenti nei film americani, della fanciulla ingenua in attesa del principe azzurro nelle commedie romantiche, o della maggiorata sensuale (la Marilyn Monroe di Gli uomini preferiscono le bionde, 1953) la cui intelligenza veniva spesso messa tra parentesi. Ma ci furono film che osarono di più: La parola ai giurati (1957) mette in scena una donna manager decisa (interpretata da Bette Davis) quando ancora le donne in posizioni di potere erano rarità; in Lo specchio della vita (1959) si affronta il tema dell’identità razziale e c’è un personaggio di donna nera combattuta tra ambizione e doveri familiari, tratteggiato con profondità. In Italia, poi, gli anni ’50 videro attrici come Anna Magnani rivoluzionare l’immagine femminile: Magnani portava sullo schermo donne popolane, forti, per nulla sottomesse, come in Bellissima (1951) di Visconti o Mamma Roma (1962) di Pasolini. Anche Giulietta Masina, con La strada (1954) e Le notti di Cabiria (1957) di Fellini, diede vita a personaggi femminili marginali ma ricchi di dignità e umanità. Erano rappresentazioni lontane dallo stereotipo Hollywoodiano della casalinga perfetta o della pin-up: figure sofferenti ma combattive, che anticipavano i mutamenti sociali in corso.

Il vero scossone, però, arrivò a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, in parallelo all’esplosione dei movimenti femministi e di liberazione della donna nella società. Questo periodo è, a mio avviso, uno dei più affascinanti da osservare sullo schermo: i ruoli femminili iniziano finalmente a ribellarsi. Nell’epoca della contestazione, il cinema riflette e alimenta il cambiamento: compaiono personaggi di donne anticonformiste, indipendenti, arrabbiate. Pensiamo a Jane Fonda in Una squillo per l’ispettore Klute (1971): interpreta Bree Daniels, prostituta di New York, un ruolo per cui vinse l’Oscar perché portava sullo schermo una donna complessa, fragile ma padrona delle sue scelte sessuali, ben diversa dalle “donne perdute” stereotipate del passato. Oppure a Faye Dunaway in Gangster Story (1967) e Quinto potere (1976): nel primo è Bonnie Parker, criminale romantica a fianco di Clyde, nel secondo è una spietata dirigente televisiva – due personaggi diversissimi ma entrambi lontani dalle eroine docili di un tempo. E come non citare Sophia Loren e Claudia Cardinale in I girasoli (1970) o C’era una volta il West (1968): donne intense, che soffrono, lottano e agiscono con una volontà prima riservata solo ai ruoli maschili. Nei film italiani della commedia all’italiana, attrici come Monica Vitti (basti ricordarla in La ragazza con la pistola, 1968, nei panni di una siciliana in cerca di vendetta che poi scopre l’indipendenza a Londra) o Mariangela Melato (memorabile in Travolti da un insolito destino, 1974, dove il suo personaggio snob viene messo alla prova su un’isola deserta, in un ruolo satirico e sfaccettato) incarnano donne nuove, ironiche e determinate. Perfino il genere d’azione inizia ad accogliere figure femminili forti: Pam Grier diventa icona nei film blaxploitation come Foxy Brown (1974), dove per la prima volta una donna di colore è protagonista assoluta, tosta e vendicativa.

Parallelamente, dietro la macchina da presa arrivano finalmente anche le prime registe donne a proporre la loro visione: proprio negli anni ’70 Lina Wertmüller in Italia dirige film di successo mondiale con protagoniste femminili incisive (come Film d’amore e d’anarchia, 1973, in cui Mariangela Melato è una prostituta dal cuore rivoluzionario). In Francia, Agnès Varda aveva già rotto schemi negli anni ’60, ma è dagli anni ’80 in poi che registe come Barbra Streisand (negli USA) o Liliana Cavani (in Italia) iniziano a farsi spazio, influendo sui tipi di storie raccontate e quindi sui ruoli possibili per le attrici.

In sintesi, la prima parte di questo percorso ci mostra un andamento a onde: a periodi di emancipazione segue spesso un riflusso conservatore, ma ogni volta un gradino in più è conquistato. Dal dualismo angelo/demonio dei primordi cinematographe.it si è passati gradualmente a figure femminili sempre più poliedriche. Arrivati alla soglia degli anni ’80, il terreno era pronto per un nuovo capitolo, quello che avrebbe portato le donne a impugnare mitra nei film d’azione, a guidare commedie brillanti da protagoniste, a vincere Oscar in ruoli tradizionalmente maschili. Ma anche ad affrontare nuovi stereotipi e sfide, come vedremo nella prossima parte. Con uno sguardo al passato, non posso che provare rispetto per le attrici e i pochi autori che in tempi difficili hanno osato mostrare donne fuori dagli schemi. Quelle pionieristiche rappresentazioni – la vamp che sfida il moralismo, la dark lady che inganna gli uomini, la madre coraggio neorealista – sono state i mattoni su cui costruire l’edificio più vario e libero di oggi cinematographe.it. E se oggi possiamo vedere una supereroina guidare un blockbuster o una nonna sarcastica rubare la scena in una commedia, è anche grazie a quel lungo cammino attraverso il cinema. (Continua…)


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