Illustrazione artistica in stile vintage ispirata a Sigourney Weaver, icona del cinema internazionale.
Ritratto di Sigourney Weaver, icona del cinema internazionale.

Dopo aver esplorato le tappe storiche dell’evoluzione dei ruoli femminili, arriviamo all’epoca contemporanea, quella in cui viviamo e di cui siamo testimoni diretti. Dagli anni ’80 in avanti, il cinema – specchio di una società in rapido mutamento – ha ampliato enormemente il ventaglio di personaggi femminili. Possiamo dire che oggi le donne sullo schermo possono essere chiunque: eroine positive, villain spietate, mentori sagge, leader carismatiche, e talvolta personaggi imperfetti, contraddittori, umani. Ma sarebbe ingenuo pensare che la battaglia sia del tutto vinta: la rappresentazione è migliorata in qualità e varietà, ma non sempre in quantità e profondità. In questa seconda parte, con uno sguardo da critico ma anche da spettatore appassionato, voglio riflettere su conquiste e nodi ancora irrisolti dei ruoli femminili nel cinema degli ultimi decenni, con un occhio di riguardo al panorama odierno.

Gli anni ’80 e ’90 hanno visto consolidarsi figure femminili prima impensabili in certi generi. Un simbolo potente è Ellen Ripley di Alien (1979) e Aliens (1986), interpretata da Sigourney Weaver: una donna protagonista assoluta di un film di fantascienza/horror d’azione, che sopravvive dove gli uomini cadono, senza mai perdere la sua identità femminile (memorabile la scena in cui, in canottiera e armata di lanciafiamme, urla “Allontànati da lei, maledetta!” al mostro xenomorfo, proteggendo una bambina – unendo istinto materno e ferocia combattiva in un solo personaggio). Dopo di lei arrivarono altre action women: Sarah Connor (Linda Hamilton) in Terminator 2 (1991) trasformata in una guerriera per proteggere il figlio e il futuro, oppure in anni più recenti Beatrix Kiddo (Uma Thurman) in Kill Bill (2003), micidiale assassina in cerca di vendetta e al tempo stesso madre amorevole. Queste eroine hanno scardinato il mito che il pubblico non volesse donne nei film d’azione: il loro successo ha aperto la porta a un’ondata di protagoniste nei thriller, fantasy e blockbuster. Oggi abbiamo franchise guidati da donne: Wonder Woman (2017) con Gal Gadot ha dimostrato che anche i cinecomic di supereroi potevano trionfare al botteghino con una protagonista femminile, incassando oltre 800 milioni e ispirando milioni di ragazze a vedere in Diana Prince un modello di forza e compassione. Successi come Hunger Games (2012) con Jennifer Lawrence nei panni di Katniss Everdeen – giovane leader coraggiosa – o Frozen (2013) nel cinema d’animazione (dove l’atto d’amore risolutivo è tra sorelle, non un bacio del principe) segnano il passaggio a un immaginario popolare dove le donne possono salvare il mondo, non più solo esserne salvate.

La varietà dei generi in cui brillano personaggi femminili è aumentata. Non più solo drammi sentimentali o commedie romantiche: vediamo donne protagoniste in biopic storici (pensiamo a Meryl Streep che ha dato vita a figure come Margaret Thatcher in The Iron Lady del 2011, o a Viola Davis straordinaria generale africana in The Woman King, 2022), in thriller psicologici (come Jodie Foster in Il silenzio degli innocenti, 1991, agente FBI intelligente e determinata, o Rosamund Pike glaciale manipolatrice in Gone Girl, 2014). E soprattutto, ruoli un tempo tabù per attrici: la “cattiva” del film ora può essere donna senza per forza dover poi pentirsi o morire – vedi Charlize Theron che in Monster (2003) interpreta una serial killer realmente esistita, vincendo un Oscar per un ruolo crudo e lontanissimo dai cliché glamour. Anche le anti-eroine imperfette sono sempre più frequenti: Nomadland (2020) di Chloé Zhao, Oscar miglior film, è sorretto interamente da Frances McDormand che interpreta una donna sessantenne vedova e nomade per scelta, un personaggio di grande dignità e complessità che avrebbe avuto rarissima visibilità in passato (per età e status sociale). Ecco un altro cambiamento notevole: un tempo, le attrici sopra i 50 venivano relegate a ruoli marginali (nonne, streghe, comparse); oggi vediamo donne mature protagoniste assolute, come la McDormand appunto (vincitrice di tre Oscar negli ultimi anni) o Julianne Moore in film come Still Alice (2014), Isabella Rossellini che a 70 anni gira film sperimentali e serie TV, perfino star come Jamie Lee Curtis, che a 64 anni ha appena vinto il suo primo Oscar (per Everything Everywhere All At Once, 2022) in un ruolo folle e divertente. Insomma, l’età non è più automaticamente una condanna all’invisibilità per le attrici – un progresso importante, sebbene il divario con i colleghi maschi (spesso protagonisti anche a 70 anni) resti da colmare del tutto.

Un fattore chiave di miglioramento negli ultimi anni è stato l’aumento, seppur lento, delle donne dietro la macchina da presa e in posizioni creative. Quando le donne scrivono o dirigono, spesso portano prospettive nuove sui personaggi femminili. Pensiamo a Patty Jenkins, regista di Wonder Woman, che ha infuso alla supereroina uno sguardo diverso, lontano dall’oggettivazione con cui altri film avevano mostrato eroine (Gal Gadot nel film è potente ma mai ripresa in modo voyeuristico, a differenza di tante colleghe fumettistiche). O a Greta Gerwig, che con Lady Bird (2017) e Piccole donne (2019) ha raccontato l’adolescenza e la giovinezza femminile con autenticità e senza stereotipi, e poi con Barbie (2023) – caso interessantissimo – ha preso un’icona considerata frivola e ne ha tratto un film ironico e femminista sul senso di essere donna in un mondo di aspettative contraddittorie. Barbie è diventato un fenomeno da incassi miliardari e dibattito culturale: vedere folle in sala con addosso qualcosa di rosa, come rito collettivo, è stato quasi commovente. Come ha scritto qualcuno:

Barbie da sola non “salva” la causa femminile nel cinema, ma dimostra che esiste un pubblico vasto per storie raccontate dal punto di vista delle donne, con intelligenza e intrattenimento insieme.

Nonostante questi successi, i dati ci ricordano che la parità è lontana: studi recenti segnalano che le donne costituiscono ancora solo circa un terzo dei personaggi con dialoghi nei film mainstream. Addirittura, nel 2023 il numero di film hollywoodiani con protagonista femminile è sceso rispetto all’anno precedente, toccando il minimo degli ultimi dieci anni – solo 30 su 100 film top avevano una donna come lead o co-lead, contro 44 del 2022. Un arretramento definito “catastrofico” dalle ricercatrici, malgrado il trionfo di Barbie, segno che un singolo film di successo femminile non basta a cambiare un’intera industria. Inoltre, permane un forte squilibrio dietro le quinte: su 100 maggiori film, solo il 16% erano diretti da donne (in calo dal 18% dell’anno precedente), e in tecnici come fotografia o musica le donne sono ancora pochissime. Questo inevitabilmente influenza quali storie vengono prodotte. Anche la diversità è un tema: le donne di colore protagoniste sono ancora minoranza – sebbene in crescita rispetto a 15 anni fa – e le attrici over 45 raramente guidano film (nel 2023 solo 3 film su 100 avevano protagoniste donne sopra i 45 anni, contro 32 film con uomini over 45 protagonisti). Ciò rivela come certi pregiudizi siano duri a morire: Hollywood continua a privilegiare giovani volti femminili e a considerare meno bankable le donne più mature, mentre concede volentieri ruoli da eroe attempato ai maschi (basti vedere Tom Cruise o Harrison Ford ancora eroi d’azione ultrasessantenni).

Tuttavia, non bisogna essere pessimisti. La consapevolezza di queste disparità è ai massimi storici: movimenti come Time’s Up e MeToo hanno portato non solo alla denuncia di molestie, ma anche a una forte attenzione mediatica sulla necessità di inclusione e uguaglianza nelle storie raccontate. Le attrici stesse si stanno mobilitando: Frances McDormand, ritirando l’Oscar nel 2018, lanciò il termine “inclusion rider” – clausole contrattuali per pretendere cast e troupe equilibrati, e qualcosa si muove in tal senso. Geena Davis, lasciata la recitazione, ha fondato un istituto che studia la rappresentazione di genere nei media e fornisce dati concreti a Hollywood, spingendo per migliorare. E vediamo risultati: serie TV e piattaforme streaming, per esempio, hanno offerto spazio a narrative femminili inedite. Penso a show come The Handmaid’s Tale (distopia femminista tratta da Margaret Atwood), o film come Una donna promettente (2020) di Emerald Fennell, dark comedy sul tema dello stupro e vendetta, premiato con l’Oscar per la sceneggiatura: dieci anni fa un progetto così difficilmente avrebbe visto la luce presso un grande studio.

Nel cinema italiano contemporaneo, c’è un rinnovato fermento: registe come Alice Rohrwacher o Susanna Nicchiarelli propongono sguardi originali su figure femminili (Rohrwacher in Le meraviglie racconta l’adolescenza in una comunità rurale, Nicchiarelli in Miss Marx ritrae la figlia di Karl Marx, attivista e appassionata). Anche attrici italiane si cimentano nella regia – Valeria Golino, Asia Argento – e questo porta più complessità nei ruoli. Il cinema italiano ha ancora spesso la tendenza a ruoli femminili legati alla famiglia (madri, mogli tradite, ecc.), ma emergono personaggi fuori dagli schemi: penso a Paola Cortellesi in Come un gatto in tangenziale (2017) che fa la borgatara verace con dignità e intelligenza, o Jasmine Trinca in La dea fortuna (2019) in un ruolo LGBTQ+ di grande sensibilità. Segno che anche da noi i confini si stanno espandendo.

Uno degli aspetti più incoraggianti del cinema recente è la capacità di prendersi gioco degli stereotipi passati. Film come Barbie – citato prima – in cui si ironizza sui ruoli di genere tradizionali, oppure Enola Holmes (2020) che gioca con il mito di Sherlock Holmes inventandogli una sorella adolescente, sagace e emancipata, parlano chiaramente a un pubblico giovane, educandolo a un nuovo immaginario. Vedere ragazzine oggi che crescono con la Principessa Leia di Star Wars non solo come damsel in distress ma generale combattente (nei nuovi episodi), o con Black Panther dove le guerriere Dora Milaje rubano la scena ai colleghi maschi, fa capire quanto può essere potente il cambiamento. Ricordo al cinema le esclamazioni entusiaste di bambine vedendo Captain Marvel (2019) volare e sconfiggere i nemici: la rappresentazione importa, eccome. Creare modelli positivi o semplicemente diversi offre alle nuove generazioni la possibilità di immaginarsi in qualunque ruolo, senza le barriere invisibili che prima esistevano.

C’è anche da dire che il cinema d’autore contemporaneo sta esplorando la soggettività femminile come mai prima: film come Portrait of a Lady on Fire (2019) di Céline Sciamma offrono uno sguardo totalmente femminile sull’amore e il desiderio, senza mediazione maschile; Il potere del cane (2021) di Jane Campion rovescia persino il western mettendo al centro la fragilità di un uomo e la silenziosa forza di una donna. Queste opere mostrano che non si tratta solo di avere più donne sullo schermo, ma di raccontare storie da prospettive differenti, aprendo il linguaggio cinematografico a nuove sfumature.

In conclusione, osservando il cinema di oggi vedo un campo molto più libero e fertile per i ruoli femminili rispetto al passato. Le donne sul grande schermo possono finalmente essere soggetti della narrazione, non più solo oggetti. Possono essere complesse, contraddittorie, forti o fragili, virtuose o malvagie, senza che una singola figura debba farsi carico di rappresentare l’intero genere (errore comune in passato, quando c’era così poca varietà che la donna nel film finiva per diventare La Donna, stereotipo universale). Certo, restano sfide: i dati ci dicono che l’industria può fare di meglio per quantità e opportunità, e c’è sempre il rischio di passi indietro se si abbassa la guardia. Ma sono fiducioso che la direzione intrapresa sia quella giusta. Anche perché il pubblico lo chiede: i film con personaggi femminili ben scritti piacciono a tutti, non solo alle spettatrici. E in un mondo in cui le voci delle donne – nella società, nella cultura – si fanno sentire sempre più forte, il cinema non potrà che adeguarsi continuando ad evolvere.

Mi piace pensare che un giorno non troppo lontano non dovremo più nemmeno sottolineare “il ruolo delle donne nel cinema”, perché sarà normale vedere una pari rappresentanza e dignità narrativa. Forse arriveremo al momento in cui una protagonista femminile d’azione, o una commedia sulle avventure di un gruppo di amiche cinquantenni, non susciteranno più dibattiti sul genere, ma saranno accolte semplicemente come cinema. Nel frattempo, però, è importante continuare a parlarne e a sostenere le opere che spingono avanti il confine. Ogni volta che vedo un film in cui una donna dice o fa qualcosa di imprevedibile, di nuovo, rispetto ai vecchi schemi, sorrido tra me: è il segno tangibile del progresso. E penso con un pizzico di tenerezza a quelle attrici del passato che dovevano accontentarsi di essere angeli o tentatrici: credo sarebbero felici di vedere le loro eredi artistiche oggi impersonare guerriere, scienziate pazze, regine, vagabonde, supereroine e antieroine. Il cinema è finalmente di tutti e per tutti, anche per le altre metà del cielo. E la storia continua a girare, come una pellicola, verso un finale che speriamo sia a lieto fine per la parità sullo schermo.


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